(sequestro Indymedia) Filtri e inibizioni, Assoprovider in rivolta

La resistenza di Assoprovider dopo l’ennesima ordinanza per il blocco delle sezioni locali del network indipendente Indymedia. Coinvolto il Tribunale del Riesame di Milano, ma anche la Corte di Giustizia d’Europa

Roma – Vogliono chiarezza sugli obblighi di inibizione all’accesso di siti sempre più numerosi e hanno deciso di impugnare l’ordine di sequestro preventivo trasmesso dal GIP di Milano per chiudere tutti gli accessi alle sezioni Piemonte e Toscana del network d’informazione indipendente Indymedia. Gli ISP italiani di Assoprovider (nell’organigramma nazionale di CONFCOMMERCIO) ricorreranno al giudizio del Tribunale del Riesame dello stesso capoluogo lombardo.

L’obiettivo è “portare all’attenzione della Magistratura e dell’opinione pubblica le gravi conseguenze sulla libertà di espressione e sulle prerogative della stampa online connesse ad ordini di inibizione di questo tipo” scrive sul suo blog l’avvocato Fulvio Sarzana. Le due sezioni locali di Indymedia erano state accusate di diffamazione a mezzo stampa per quattro articoli tirati in ballo da una “multinazionale con sede a Genova”.

I rappresentanti di Assoprovider hanno ora sottolineato come i sempre più numerosi ordini d’inibizione per impedire l’accesso a siti spesso operativi su server residenti all’estero “contrastino con i principi fondanti della libera circolazione delle informazioni e della libera espressione delle idee previsti dal Trattato istitutivo dell’Unione Europea nonché a quanto previsto dalla direttiva sul commercio elettronico”

“In particolare gli ordini giunti nelle ultime settimane sono diretti contro blog, testate editoriali e portali di denuncia civile e rischiano di trasformare i provider in censori della Rete a tutti gli effetti”, continua Assoprovider in un comunicato. I provider tricolore hanno dunque deciso che qualsiasi ordine d’inibizione verrà sollevato di fronte ai giudici nazionali e comunitari.

Non è certo la prima volta che i fornitori di connettività si ribellano ai sigilli. Era già successo con il caso Vajont – anche qui per diffamazione a mezzo blog – e ancor prima nel caso Moncler (contraffazione), quando il Tribunale di Padova annullava l’ordine di sequestro contro 500 siti totalmente estranei alla distribuzione illecita.

“I provider hanno deciso di investire il Tribunale di Milano della questione in via pregiudiziale della legittimità degli ordini di inibizione a carico dei provider – ha continuato Sarzana – richiedendo allo stesso giudice meneghino di devolvere la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea, così da chiarire se le norme comunitarie consentano ai giudici nazionali di disporre ordini di inibizione di tal fatta”.

Mauro Vecchio